Salepìa

1

Sembrava quasi che quella terra, pezzo dopo pezzo, la stessero impacchettando nel cellophane. Così, dal posto in cui si trovavano, il mare non riuscivi a distinguerlo quasi più, confuso com’era con la plastica che copriva i vigneti e che brillava illuminata dal sole.

“È come… come se vogliate nascondere la bellezza che vi circonda – disse Arianna interrompendo il silenzio – Da qui il panorama sarebbe bellissimo se i vigneti non fossero coperti. E il cemento? A chi è venuto in mente di circondare le antiche mura con palazzi che ostruiscono la vista? Cosa gli è passato per la testa? Perché hanno nascosto agli occhi di chi ci vive le vallate che circondano il paese?

Ci facevo caso ieri, quando tornavamo dall’Ipercoop… Da dietro i palazzi svetta la torre dell’orologio. Ma se non ci fai caso, manco la vedi. Se non ci fossero quei palazzacci, la vista sarebbe stupenda per chi arriva.”

Yuri stette in silenzio per un po’, continuando a guardare verso il mare.

“Quando costruirono quei palazzi – disse – non è che stessero pensando al paesaggio. Era il progresso, era il riscatto dalla miseria, dai tuguri sovraffollati nei quali si viveva fino a qualche anno prima. Così non fecero tanto caso a dove li costruivano, e pochi si preoccuparono di suggerire luoghi diversi. Ancora oggi il paese non ha un piano regolatore… Pensa che se non fossero riusciti a fermarli, avrebbero abbattuto anche il palazzo marchesale per farci delle palazzine. Per i teli che coprono i tendoni il discorso è diverso: sono comparsi da pochi anni, e ormai, l’uva che producono qui, la vendono all’estero. I teloni servono per proteggerla e farla maturare prima, così costa di più. Anche in questo caso pochi si sono lamentati. Quei vigneti portano lavoro, e tanto basta per evitare polemiche, soprattutto adesso che l’Ilva è in crisi.”

“Ma il turismo? Al turismo non ci pensano?” – ribatté Arianna alzando la voce.

“Turisti qui ne sono sempre venuti pochi, in paese quasi nessuno. Non è mai stato presentato un progetto concreto. Prendi i cammini che sono segnalati in paese, quello per la gravina, quello per la Mutata, vicino a dove state scavando: il comune non si è degnato neanche di coprire le buche sulle strade, così, quelli che vengono per visitare quei luoghi si fanno una bella passeggiata nel degrado, tra le buche e la monnezza al bordo della strada. Inevitabilmente, non ci tornano. Magari, se voi tirate fuori qualcosa, le cose cambiano…”

Arianna non era di Montemesola come Yuri, si trovava lì per delle indagini archeologiche. Yuri l’aveva conosciuta qualche anno prima, ai tempi dell’università. Le aveva raccontato la storia del suo paese, di una città messapica dimenticata che probabilmente sorgeva nelle vicinanze. A lei quella storia era piaciuta, ne aveva parlato a Liverani, il professore con cui stava facendo la tesi, e questo s’era appassionato. Così aveva condotto delle ricerche, aveva scovato dei documenti, e adesso, a distanza di anni, aveva ottenuto i permessi per scavare e, soprattutto, aveva trovato i fondi per finanziare le ricerche.

“Se portiamo alla luce ‘sta città – diceva scherzando – la finta donazione di Costantino ci fa ‘na pippa!”

Scavavano da due mesi su monte Salete, un colle di fronte a Montemesola, ma in territorio di Grottaglie. Alla luce però, avevano portato ben poco: qualche vaso, molti cocci, i resti di una statuetta… Ma proprio quella mattina era venuto fuori quello che sembrava il basamento di una costruzione, forse di un tempio. Se così fosse stato, quel posto era l’acropoli della città che cercavano.

La scomparsa Rudiae fantasticavano. O Salepìa, il cui nome era assonante sia con Salete, sia con la Salezia di cui parlava don Enriquez, il vecchio parroco di Montemesola vissuto nella prima metà del Novecento, che aveva scritto una storia del paese. Del resto, che quel colle potesse essere l’acropoli di un’antica città, lo sosteneva, in una relazione ufficiale, un ingegnere che aveva effettuato dei lavori per il comune di Grottaglie. Ma, appunto, era un ingegnere, non un archeologo.

Dopo il rinvenimento c’era entusiasmo nella squadra che scavava, qualcuno sognava anche di trovare testimonianze dirette che quel posto fosse Rudiae.

Arianna e Yuri non erano andati a brindare al bar con gli altri che festeggiavano la scoperta, volevano stare un po’ da soli. Così avevano camminato per il paese, e si erano fermati sulla passeggiata lungo la strada che porta a Grottaglie, nel posto da dove un tempo si vedeva il mare.

Il sole cominciava a tramontare. Yuri le prese la mano e disse: “Baciami madonna.”

2

“Un altro bambino don Gaeta’. Un altro bambino nato stroppiato!”

“Non ci voleva. Dove stanno scavando quelli?”

“Lontano don Gaeta’, quasi due chilometri di distanza. Non c’è pericolo.”

“Meno male, ci manca solo che tirano fuori qualcosa…”

“Tranquillo don Gaeta’, che poi in paese se la stanno prendendo pure con loro. Dicono che è la maledizione del diavolo…”

3

Su monte Salete pesava una vecchia leggenda che tirava in ballo il diavolo, il quale albergava sul colle per proteggere un fantomatico tesoro, probabilmente lasciato lì dai soldati di Annibale, che in quel luogo si erano accampati durante la spedizione contro Roma. Almeno così sosteneva qualche storico locale. Nel corso delle sue ricerche però, Liverani non aveva trovato nessun riscontro, né era riuscito a stabilire le origini di quella leggenda.

Non se ne era preoccupato più di tanto, se non fino a quel giorno, quando la scoperta del basamento in pietra era stata oscurata dalla cattiva notizia: un altro bambino era nato deforme, il terzo da quando avevano cominciato a scavare.

Qualcuno cominciava a sostenere che fosse opera del diavolo, che la colpa era di chi scavava a monte Salete: avevano disturbato il maligno facendo piombare la maledizione sul paese.

Quando Arianna e Yuri arrivarono nel bar dove gli archeologi avrebbero dovuto festeggiare, li trovarono coi musi lunghi, circondati dallo sguardo ostile dei pochi avventori autoctoni. Yuri suggerì loro di lasciare quel posto, di andare a dormire. L’indomani si sarebbe deciso il da farsi.

4

A don Raffaele, il parroco del paese, quella storia del diavolo non lo convinceva affatto. La leggenda diceva che il maligno avrebbe protetto il tesoro, uccidendo o facendo impazzire chi avesse cercato di portarlo via. Ma non c’era nessun accenno a maledizioni che sarebbero cadute sul paese e sui suoi abitanti.

No, Satana non c’entrava. Ma come si spiegavano quelle nascite deformi? Cosa stava succedendo?

Spense la luce, chiuse gli occhi, e gli scappò un sorriso beffardo mentre pensava al casino in cui si erano infilati quell’ateo impenitente di Yuri e i suoi amici, che si erano messi in testa di sbugiardare la chiesa tirando fuori la storia di una città fantasma e di territori usurpati dall’Arcivescovo di Taranto più di mille anni prima. Adesso erano alle prese con le paure ancestrali dei paesani.

Si pentì dei suoi pensieri, chiese perdono al Signore. Sarebbe stato lui a tirarli fuori dai guai. Domani però, adesso era tardi.

5

“Don Gaeta’, tutto apposto. Qua se la stanno prendendo con la maledizione, nessuno pensa a noi.”

“Meglio così. E gli sbirri?”

“Non credono alla maledizione, ma pensano che siano solo delle coincidenze.”

“Appost! Buonanotte.”

6

Don Raffaele rimase impietrito, le mani puntate sul quaderno. Tutto si aspettava tranne quello che stava leggendo. Era stata una buona idea quella di tirare fuori i diari dei vecchi parroci, per vedere se c’erano stati altri casi simili in passato, per capire se c’entravano qualcosa con la leggenda di monte Salete.

Ma quello che stava leggendo non avrebbe mai voluto scoprirlo. Come avrebbe fatto a spiegarlo ai suoi parrocchiani?

Un prete non mente, e qui si trattava di una grossa bugia, inventata da un suo predecessore.

7

Montemesola, 16 novembre 1921

Siamo alle solite, i sovversivi si sentono i padroni del paese: girano cantando i loro inni. Sono centinaia e si sentono forti, l’altra sera hanno anche incendiato la sede del fascio. Non è questo che mi preoccupa però.

Hanno tirato fuori quella vecchia storia, stanno cercando i documenti per dimostrarla. Dicono in giro che il paese fu fondato per sfuggire alle imposizioni della chiesa e dei feudatari. Che i suoi abitanti originari erano ribelli provenienti da una antichissima città che sorgeva intorno a monte Salete, in territori che in seguito furono usurpati dall’Arcivescovo di Taranto. Sostengono che quella città fosse governata in base a una sorta di comunismo primitivo, e che loro ne sono gli eredi.

Non so chi gli abbia messo in testa queste cose, né come abbiano fatto a scoprire questa storia. Penso sia stato quel medico, Trisolini. È l’unico qui che ha la cultura per comprendere.

Ne ho parlato ieri con l’Arcivescovo, non possiamo permetterci uno scandalo del genere proprio ora, con i sovversivi che stanno per prendere il potere. A Taranto ci sono scioperi ogni giorno, qui in paese anche, e in tutta Italia non è diverso. Se trovassero i documenti che attestano l’esistenza della città, che sanciscono il permesso del re a ricostruirla, si scoprirebbe che quanto sostiene la chiesa da secoli è falso, che non c’è nessuna donazione di queste terre all’arcivescovado da parte del re di Napoli.

No, non possiamo permettercelo, tutta la chiesa ne uscirebbe screditata, e i sovversivi sarebbero più forti.

Stamattina ho bruciato le carte che conservavo in chiesa, sono andato all’archivio comunale e ho fatto sparire tutto quello che c’era lì, compresi gli incartamenti del processo dinanzi alla commissione feudale. Bruciati anche quelli. Bruciato tutto.

La misericordia di nostro Signore mi ha dato una mano, sempre sia lodato. Ieri mattina tre contadini che dovevano lavorare nei pressi di monte Salete sono stati travolti da una frana mentre riposavano al fresco in una grotta. Due di loro sono morti, l’altro è gravemente ferito. Ho detto in giro che, presi dai racconti dei sovversivi, cercavano un tesoro nascosto in quei luoghi, ma quel tesoro è protetto dal diavolo, il quale li ha puniti. Chi è ancora fedele a sacra romana chiesa ci ha creduto senza fare troppe domande, e sta spargendo la voce. Il tempo farà la sua parte, soprattutto ora che i sovversivi non possono più dimostrare la loro storia.

Comincerò a scrivere un libro che narra la storia del paese, così, negli anni, l’unica storia che resterà sarà la nostra.

[…]

8

Don Raffaele chiuse con un colpo secco il quaderno polveroso, socchiuse gli occhi e sospirò.

Cosa doveva fare?

Se avesse raccontato quella storia, avrebbe sbugiardato un suo predecessore, ne avrebbe messo in piazza le nefandezze. Ma non raccontarla voleva dire mettere in pericolo Yuri e gli archeologi: in paese qualcuno già parlava di mandarli via, con le buone o con le cattive.

9

“Qui restiamo e qui scaviamo – disse il professor Liverani, che aveva riunito i suoi ragazzi – Proprio adesso che stiamo ottenendo risultati significativi non possiamo mollare. Cercheremo di spiegare a questa gente quanto le nostre scoperte possono essere importanti anche per loro. Porterebbero turismo, porterebbero lavoro.”

“Si ma questi non ci sentono professò!”, lo interruppero dal fondo.

“Ci sentiranno, ci sentiranno. Ho invitato un importante operatore turistico, domani sarà qui. Inviteremo tutti in piazza e spiegherà gli investimenti che ha intenzione di fare.”

“Speriamo!”, dissero tutti all’unisono.

In quel momento si aprì la porta, entrò Gianni, trafelato: “Mi hanno inseguito, avevano le mazze. Urlavano: «o ve ne andate o vi ammazziamo!» Professò, qua si mette male!”.

10

“Marescia’, quelle deformazioni nei neonati sono dovute a radiazioni, sentite a me. Ci sono casi del genere a Chernobyl, a Fukushima…”

“Dotto’, ma vi rendete conto che qui non ci sono centrali nucleari, né tanto meno ne è esplosa qualcuna nel raggio di migliaia di chilometri?”

“Lo so marescia’, ma…”

Il dottor Cocci si sgolava da ore, cercava di convincere il maresciallo dei carabinieri che i bimbi nati con malformazioni, tre nel giro di due mesi, non erano semplicemente frutto del caso. In genere quelle malformazioni erano dovute a una prolungata esposizione delle madri a fonti radioattive, anche se neanche lui riusciva a spiegarsi come avessero fatto quelle donne a entrare in contatto con elementi contaminati.

Una spiegazione razionale andava trovata però, quella storia della maledizione rischiava di prendere una brutta piega, e tutti pensavano che qualcuno dalle minacce potesse presto passare ai fatti.

“Marescia’ – irruppe nella stanza Zito – tutte e tre le donne lavoravano insieme, nella stessa campagna…”

Fu in quel momento che Cocci capì: “Rifiuti!” – urlò.

“Rifiuti!” – gli fecero eco il maresciallo e Zito.

11

“Don Gaeta’, li hanno trovati. Non è servito a niente seppellirli e piantare sopra gli alberi. Non lo so come hanno fatto a capire, ma i terreni sono circondati e stanno quelli del Noe con le tute che sembrano astronauti. Sto scappando, scappate pure voi!”

12

“Grazie dottore, se non fosse stato per voi difficilmente avremmo scoperto questa porcheria. Sono bestie!!!”

Il comandante del Noe stava stringendo la mano al dottor Cocci. Avevano scoperto diverse tonnellate di rifiuti, radioattivi e non, ma tutti tossici, nascosti in diversi terreni, che in seguito erano stati coltivati nelle maniere più disparate. Tutti risultavano intestati a individui di fuori, non della zona, che, man mano che le indagini procedevano, si rivelarono prestanome del proprietario di un’azienda del Nord che smaltiva rifiuti provenienti da tutta Europa. A costi irrisori.

13

“Vedete ragazzi? Tutto è finito nel migliore dei modi, adesso non solo non ci vogliono più cacciare, ma ci stanno ringraziando dopo la scoperta di oggi.”

Il professor Liverani diede una grossa pacca alla lapide che aveva posto dinanzi a lui, e lesse ad alta voce le poche parole che si distinguevano su di essa, tra le quali spiccava, a grandi lettere: “Municipium Salepiae”.

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